di Massimiliano Paluzzi
Sui social la gazzarra messa in atto dall’opposizione in Parlamento dopo la bocciatura dell’emendamento del Governo sulle preferenze nella nuova legge elettorale è stata variamente commentata. Se si escludono le tifoserie, delle quali certamente la più scatenata è quella dei 5 Stelle, che però non sembra tutta materia genuina, nel senso che la pioggia di commenti apologetici nei confronti di Conte sembra generata da macchine, il resto non si è troppo riscaldato sui due aspetti prevalenti della situazione: quello politico e quello sociologico. Dal punto di vista politico è evidente che fra le frange dissidenti della maggioranza e l’opposizione c’è stato dialogo, visto che determinante è stata la richiesta del voto segreto, che ha permesso ai cosiddetti franchi tiratori di affossare l’emendamento per un voto, quindi con una conta da farmacisti.
L’esultanza è apparsa più un momento di frustrazione dopo avere sofferto molto che una reazione motivata dall’evento. Quello che forse pochi hanno sottolineato è la portata politica-sociologica di questo passaggio parlamentare. Affossando le preferenze, si è ristretto ancora di più il potere decisionale del popolo e quindi i primi a esserne dispiaciuti sarebbero dovuti essere tutti quelli di sinistra, che a parole ricorrono spesso a questi concetti di alta democrazia, non praticandola nei fatti.
Chi ha votato contro, è bene dirlo, non lo ha fatto con particolari motivazioni ideali o etiche, ma semplicemente per salvaguardare il proprio conto in banca, alimentato da circa 15mila euro mensili, e il mantenimento dei privilegi che accompagnano il ruolo di deputato o senatore.
La paura di non essere rieletto e perdere tutto questo, dovendosi sottoporre a un giudizio stretto dell’elettorato, è la motivazione principale, la stessa che anima i cambi di casacca, quando avvengono. Insomma, dal Parlamento un’altra brutta pagina, che certamente non farà impennare la percentuale di affluenza alle urne alle prossime elezioni e che porterà molti verso la deriva qualunquistica che viene espressa in molti giudizi come quello “sono tutti uguali” che è la pietra tombale della partecipazione democratica alla vita istituzionale della gente normale.














