Fonte: Francesco Casula – Gazzetta del Mezzogiorno
Minacce, insulti, campagne diffamatorie e una strategia strutturata finalizzata a spingere il Taranto Fc 1927 verso il collasso pur di estromettere il presidente Massimo Giove. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta della Digos di Taranto, coordinata dal pubblico ministero Raffaele Graziano, che nei giorni scorsi ha formalmente chiuso le indagini nei confronti di otto appartenenti alla tifoseria organizzata rossoblù.
Nel registro degli indagati figurano sette uomini e una donna, chiamati a rispondere – a vario titolo – di minacce e diffamazione nei confronti dell’ex presidente del club, dichiarato fallito nel luglio scorso, e dell’ex dirigente Rinaldo Zerbo. Per uno degli indagati l’accusa si estende anche al danneggiamento, in relazione al lancio di pietre e petardi contro l’autobus della squadra la sera del 15 dicembre 2024, al rientro dalla trasferta di Monopoli.
Le indagini, condotte dagli agenti guidati dal vice questore aggiunto Paolo Favia, hanno preso avvio dopo un grave episodio avvenuto nell’agosto 2024, quando tre ordigni artigianali furono lanciati contro la villetta di Giove a Leporano. Sebbene non sia stato possibile individuare i responsabili materiali di quell’attentato, l’attività investigativa ha consentito di delineare il contesto più ampio in cui si collocavano le azioni del gruppo ultras.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, per mesi un nucleo organizzato di tifosi avrebbe portato avanti, in maniera pubblica e inequivocabile, una serie di iniziative mirate a favorire il “completo declino” della società Taranto Fc 1927. L’obiettivo, indicato chiaramente negli atti, sarebbe stato quello di costringere Massimo Giove ad abbandonare la guida del club, già gravato da rilevanti difficoltà economiche e gestionali, indipendentemente dalle conseguenze sportive e finanziarie.
La strategia, descritta dalla Digos come “chiara e univoca”, si sarebbe articolata attraverso minacce dirette non solo all’imprenditore, ma anche ad allenatori, calciatori e dirigenti. Il gruppo avrebbe agito in modo compatto, facendo riferimento al motto “Liberate il Taranto”, utilizzato come elemento identitario e di mobilitazione.
Un ruolo centrale, secondo gli investigatori, sarebbe stato svolto dai social network, utilizzati per veicolare una campagna ostile contro Giove. I messaggi, diffusi da soggetti ritenuti leader carismatici della curva, avrebbero raggiunto un pubblico ampio, generando una diffusione rapida e capillare dei contenuti e influenzando una parte consistente dell’ambiente tifoso.
Alle parole si sarebbero aggiunte anche azioni concrete, in particolare durante alcune trasferte. In più occasioni, i gruppi organizzati – secondo l’accusa – non avrebbero avuto l’intento di sostenere la squadra, ma piuttosto di danneggiarla ulteriormente, dando luogo a comportamenti illeciti che hanno portato all’irrogazione di sanzioni pecuniarie da parte degli organi della giustizia sportiva. Tra gli episodi contestati figurano l’esplosione di petardi e l’esposizione di striscioni offensivi durante le gare esterne contro Sorrento, Latina e Trapani, con conseguenti multe inflitte alla società.
Particolarmente significativa, per gli inquirenti, è anche la campagna diffamatoria esplosa il 15 dicembre 2024, quando in diverse zone della città comparvero striscioni con insulti e minacce rivolti ai vertici del club.
Le intercettazioni telefoniche avrebbero infine chiarito che, per alcuni indagati, i risultati sportivi erano del tutto irrilevanti. L’unico vero obiettivo sarebbe stato “cacciare Giove”. Emblematica, in questo senso, una conversazione intercettata nel marzo scorso, pochi giorni prima della decisione del tribunale federale che portò alla radiazione del Taranto dal campionato: uno degli indagati auspicava apertamente l’esclusione della squadra e annunciava l’intenzione di festeggiare davanti all’abitazione dell’ex presidente con fumogeni, petardi e bandiere. Solo la presenza costante delle forze dell’ordine avrebbe impedito la realizzazione dell’iniziativa.
Con la chiusura delle indagini, ora spetterà alla procura valutare eventuali richieste di rinvio a giudizio, mentre resta aperta una ferita profonda nel rapporto tra la città, la tifoseria e una delle pagine più controverse della storia recente del calcio tarantino.














