di Maurizio Corvino
Il fallimento lampo dell’esperimento Giuliatto riapre una ferita che a Taranto sembra non riuscire mai a rimarginarsi e ripropone, inevitabilmente, il solito interrogativo: il problema è una società che fatica a programmare oppure è diventata la panchina rossoblù una sorta di patata bollente che nessuno vuole più prendere tra le mani?
Probabilmente la verità, ancora una volta, sta nel mezzo.
Perdere la guida tecnica all’inizio di settembre, dopo un’intera estate trascorsa a costruire e plasmare la squadra, non può essere considerato un dettaglio. Significa mettere in discussione, in pochissimo tempo, un lavoro che avrebbe dovuto rappresentare la base di un progetto destinato a svilupparsi nel corso della stagione.
È inevitabile che una situazione del genere alimenti interrogativi sulla gestione societaria e sulla reale esistenza di una strategia tecnica di lungo periodo. Cambiare in corsa, soprattutto quando il campionato è appena cominciato, significa inevitabilmente ripartire da capo o quasi.
La panchina che scotta
Ma sarebbe altrettanto semplicistico attribuire ogni responsabilità alla società.
Perché dall’altra parte ci sono i rifiuti, le riflessioni e i tentennamenti di alcuni allenatori contattati nelle ultime ore. Elementi che raccontano quanto sia diventata complessa la gestione della panchina del Taranto.
La piazza rossoblù è esigente, spesso impaziente e soprattutto consapevole del peso della maglia. A Taranto non esiste il lusso di un lungo periodo di apprendistato: l’obiettivo viene percepito immediatamente e il margine di errore tende a ridursi drasticamente.
Per un allenatore, accettare oggi la panchina ionica significa quindi assumersi una responsabilità enorme. Significa mettere in gioco il proprio progetto tecnico, il proprio curriculum e, inevitabilmente, anche la propria reputazione.
Da una parte ci sono gli esoneri arrivati troppo rapidamente, i modelli di gioco abbandonati prima ancora di poter essere realmente sviluppati e il ricorso frequente a figure già conosciute. Dall’altra c’è un ambiente che pretende risultati immediati e che non sempre concede il tempo necessario per costruire.
È un cortocircuito che il Taranto si porta dietro da anni.
L’usato sicuro torna di moda
E così, nel momento dell’emergenza, la dirigenza sembra orientata ancora una volta verso quello che potremmo definire “usato sicuro”, oppure verso vecchie suggestioni.
Nelle ultime ore sono circolati soprattutto tre nomi: Nicola Ragno, che avrebbe declinato la proposta, Salvatore “Totò” Ciullo ed Eziolino Capuano ormai considerate ipotesi tramontate.
Tre profili differenti, ma accomunati dalla conoscenza dell’ambiente e, in alcuni casi, da precedenti esperienze sulla panchina rossoblù.
Proprio il nome di Capuano, però, ha rischiato di dividere profondamente la tifoseria. Il tecnico, reduce dall’exploit ottenuto in Serie C nella stagione 2023/24, rappresenta certamente una figura di esperienza e personalità. Ma il suo avrebbe inevitabilmente fatto tornare alla memoria una separazione che una parte della piazza non ha mai realmente metabolizzato.
Il riferimento è all’addio maturato attraverso un certificato medico, una vicenda che ancora oggi rappresenta una ferita aperta per una parte della tifoseria.
Il possibile ritorno di Capuano, dunque, non sarebbe stata una scelta esclusivamente tecnica. Sarebbe stata anche una scelta dal forte impatto emotivo, destinata inevitabilmente a riaccendere discussioni e contrapposizioni.
Un problema che va oltre il nome dell’allenatore
Ed è forse proprio questo il punto. Il Taranto non ha semplicemente bisogno di trovare un allenatore. Ha bisogno di trovare un allenatore disposto a credere nel progetto e, soprattutto, di costruire attorno a quella figura le condizioni perché possa lavorare.
Cambiare tecnico dopo poche settimane significa correre il rischio di trasmettere allo spogliatoio un messaggio di instabilità. I calciatori hanno bisogno di riferimenti, certezze e di una direzione precisa. Ogni cambio di rotta costringe invece tutti a rimettersi in discussione.
La squadra si ritrova così formalmente senza una guida proprio alla vigilia del prossimo impegno ufficiale di campionato, mentre dalla società proseguono telefonate, incontri e valutazioni.
Nel frattempo, inevitabilmente, la tifoseria osserva e attende.
Taranto chiede stabilità
La piazza rossoblù oggi non chiede soltanto un nome. Chiede soprattutto chiarezza.
Chiede di capire quale sia il progetto, quali siano gli obiettivi reali e soprattutto quale sia la strategia attraverso la quale raggiungerli. Perché un allenatore, per quanto importante, non può diventare l’ennesima soluzione tampone davanti a un problema che sembra essere più profondo.
Il rischio, altrimenti, è quello di entrare ancora una volta nel vortice già visto troppe volte: cambio di allenatore, entusiasmo iniziale, primi risultati negativi, contestazione, nuovo cambio e ripartenza da zero.
Un meccanismo che non costruisce nulla e che, alla lunga, finisce soltanto per logorare società, squadra e tifoseria.
Serve una scelta, non una fuga dall’emergenza
Per uscire dalle sabbie mobili, dunque, non serviranno decisioni impulsive dettate dal panico del momento.
Servirà una scelta ponderata, accompagnata da un progetto tecnico solido e da una società capace di sostenerlo anche nelle inevitabili difficoltà.
Il prossimo allenatore dovrà avere non soltanto competenze tecniche, ma anche personalità, equilibrio e la capacità di comprendere immediatamente cosa significhi allenare il Taranto.
E soprattutto dovrà sapere di poter contare su una società che abbia le idee chiare.
Perché il vero punto interrogativo, oggi, non è soltanto chi siederà sulla panchina rossoblù.
È capire quanto tempo gli verrà concesso per costruire qualcosa.
E, soprattutto, se questa volta il Taranto avrà finalmente la forza e la pazienza di portare avanti una scelta senza ricominciare tutto da capo alla prima curva.














