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Taranto, quinta mostra di cimeli e maglie: la fotogallery

Taranto, quarantatré anni fa ci lasciava Erasmo Iacovone

Giunto in riva allo Ionio, in punta di piedi, grazie al compianto presidente Giovanni Fico, a soli venticinque anni è scomparso tragicamente

Quarantatre anni fa, ci lasciava, creando un vuoto mai più colmato, Erasmo Iacovone, atleta giunto in riva allo Ionio, in punta di piedi, grazie al compianto presidente Giovanni Fico, a soli venticinque anni scomparso tragicamente, che fece sognare una tifoseria ed una Città per l’eventuale approdo nella massima serie, campionato mai disputato, solo accarezzato dalla nostra comunità.

Giunse a Taranto per colmare il vuoto presente nel reparto offensivo ionico, abbisognevole di una punta che potesse spezzare l’inerzia dell’incontro e, soprattutto, infiammare la “torcida” rossoblu che, abilmente dalla Curva Nord dell’allora “Salinella”, strutturato in tavoloni di legno e con telaio metallico in tubi “Innocenti”, incuteva timore sia negli avversari che nelle terne arbitrali dell’epoca, con il rullio dei tamburi ed il battito, ritmato, dei piedi sui tavoloni, quasi fossero segnali di guerra degli indiani del Far West, moto che spingeva la squadra anche a compiere imprese, sportive, che venivano descritte negli annali e scolpite nelle menti della generazione di tifosi, spettatori affezionati ed accaniti verso i colori rossoblu e fortunati nel vedere le gesta del mitico bomber ionico, a cui per la grande riconoscenza, venne dedicato lo stadio tarantino ed intitolata una delle arterie stradali limitrofa il tempio del calcio ionico.

Il 1978, per il calcio italiano è stato un anno da ricordare, innanzi tutto perché si disputarono i Mondiali in Argentina (coincisi con il quarto posto, al termine della finale persa contro i tulipani d’Olanda di Cruyff e company), mentre in Italia, la Juventus, che si sarebbe laureata Campione d’Italia, lottava con i rivali cittadini del Torino (dei vari Pulici , Graziani, Zaccarelli), assieme al neo promosso Lanerossi Vicenza del bomber Paolo Rossi (futura rivelazione della kermesse argentina).

Il Taranto di Giovanni Fico si apprestò nel torneo 1977 – 78 a vivere un campionato con una rosa di buone individualità e in cui spiccavano, per importanza, Franco Selvaggi e Graziano Gori, due atleti veri beniamini per il pubblico del “Salinella”.

Inoltre si mise in mostra, confermando le sue ottime qualità, il centravanti di Capracotta (Isernia), Erasmo Iacovone, un atleta di 25 anni che, nonostante non avesse un’altezza eccezionale, era un ariete di testa infallibile, tanto che nel girone d’andata, con la maglia rossoblu aveva realizzato ben sette reti, utili, perché quella compagine assurgesse agli onori nazionali come squadra impegnata in un duello sportivo con il Catanzaro, Avellino, Monza, Ternana e Palermo per il salto in serie A, alle spalle dell’imbattibile Ascoli, leader di quella graduatoria.

Scoperta dell’allora Presidente Giovanni Fico ed acquisto nel mercato di riparazione invernale della stagione 1976 – 77, dal Mantova, per l’allora cifra iperbolica di 400 milioni di lire, in 27 gare segnò 8 goal.

La stagione successiva, iniziò con un goal nella sfortunata trasferta di Cremona (alla 2^ giornata con gli ionici sconfitti per 2 a 1), poi la domenica successiva autore della rete, per il momentaneo vantaggio sul Rimini ( che prese il pareggio e chiuse sull’1 a 1), quindi a Catanzaro segnò la sua terza marcatura (in 4 gare) ed arrivare alla consacrazione con il goal con cui i rossoblu superarono il Modena. Nella trasferta sarda, a Cagliari, piazzò il quinto sigillo, quello dell’iniziale vantaggio, in un pirotecnico incontrò che terminò 2 a 2.

Dopo un paio di domeniche, all’asciutto, nel confronto con i romagnoli del Cesena decise le sorti dell’incontro (1 a 0) per poi passare al derby storico con il Bari, quando ricevuto il pallone beffò l’estremo ospite con un pallonetto che portò in estasi i tifosi ionici che avevano gremito come un uovo il Salinella. Nella gara interna con la Sambenedettese realizzò l’ultimo goal tra le mura amiche per il netto 2 a 0 sugli adriatici e, il 29 gennaio 1978, realizzò il suo ultimo goal in rossoblu , l’ottavo della serie, nella trasferta toscana di Pistoia.

Il 5 febbraio del 1978, a Taranto, giungeva la Cremonese, formazione molto coriacea, ma che veleggiava nelle posizioni medio basse della classifica. In quella gara, proprio Erasmo si dannò l’anima per superare il portiere Ginulfi ( che nella sua carriera difese le porte, in serie A, del Vicenza, ma ricordato come super portiere della Roma), ma quella partita sembrò maledetta, tanto che i rossoblu presero tre pali che si sostituirono alla difesa lombarda e all’estremo difensore.

Il pareggio che ne scaturì deluse il pubblico, all’epoca, abbastanza numeroso sugli spalti dell’impianto del rione Salinella, e la consapevolezza tra i supporters rossoblu di aver perso un’occasione forse irripetibile per rimanere ancorati alle dirette concorrenti nella corsa alla A per le altre due posizioni d’onore, alle spalle dell’invincibile formazione marchigiana dell’Ascoli, diretta dalla buona anima di Mimmo Renna, sotto la presidenza di Costantino Rozzi., composta da un attacco che rispondeva ai nomi di Ambu e Quadri.

Nel dopo gara, gli atleti scapoli del Taranto decisero di andare a trascorrere la serata in un noto locale, ubicato nella Salina Grande, sulla strada provinciale collegante la Appia (direzione San Giorgio Jonico) e di collegamento alla Taranto Talsano.

Erasmo era solo; la moglie Paola, in attesa della nascita della prima figlia, si trovava a Carpi, dai genitori. Convinto dai compagni a raggiungerli nel locale, dopo aver sentito la moglie e manifestatale l’amarezza per una partita sfortunata (ed alcuni pali colpiti) con la sua mitica Citroen Dyane 6, uscì di casa e si avviò per una serata distensiva.

I compagni, Gori in testa, al suo arrivo gli preannunciarono uno spettacolo di cabaret nel dopo cena.

Finito il pasto, il gruppo “scapoli” volle tirare tardi, ma lui preoccupato per la moglie Paola e sempre amareggiato per la gara sfortunata, si avviò a casa, nonostante i suoi compagni, ed in particolare il suo compagno preferito, Adriano Capra, cercassero di convincerlo a restare.

Il destino, in quel momento, segnò la vita di Erasmo e si compì.

All’incrocio tra la via della Salina Grande, alle prime ore del mattino, un auto, a fari spenti, guidata da un pregiudicato, ad alta velocità ed in fuga per l’inseguimento della Polizia, perdendo il controllo, impattò violentemente con la Dyane 6 ed Erasmo fu sbalzato dalla vettura, morendo sul colpo. Si disse, successivamente, che l’impatto fu causato anche dall’alta velocità dell’auto (200 km orari), sta di fatto che il tam tam mediatico si ebbe nelle prime ore del giorno 6 febbraio.

Chi vi scrive, all’epoca era uno studente dell’ultimo anno, frequentante l’Istituto Tecnico per Geometri “Enrico Fermi” e tra i miei compagni, nonché colleghi degli altri corsi, la maggior parte erano tifosi rossoblu e con molti di loro ci vedevano, al Salinella, per gioire o soffrire, in curva ed anche in gradinata, per le imprese del Taranto.

Quella mattina, uggiosa, ma anche piovosa, uscimmo tutti di casa con un gran magone e chi vi scrive, cosa rara, in quella circostanza pianse perché Erasmo, per noi, oltre all’atleta, rappresentava un fratello maggiore e soprattutto attaccamento ai colori rossoblu.

Nei giorni successivi ci si attivò per intitolare lo stadio, al suo nome, proprio grazie all’iniziativa di Giovanni Fico, cosa che avvenne in tempi ristretti, quindi ci toccò il giorno più triste in assoluto, quello delle esequie che furono celebrate nella Chiesa San Roberto Bellarmino.

Impresse mi sono rimaste le immagini dei tanti tifosi presenti, studenti per la maggior parte che marinarono la scuola, me compreso, ma fummo tutti giustificati, per un evento eccezionale, tale da dichiarare all’Amministrazione comunale, il lutto cittadino.

Viale Liguria, Via Gastone Mezzetti, Via San Roberto Bellarmino, Via Ugo de Carolis, per un’ora e venti, furono letteralmente invase dai tifosi che, non potendo accedere nella nota Chiesa del Rione Italia, tramite gli altoparlanti, udirono la celebrazione ed il momento toccante della benedizione della bara.

La cosa che mi colpì fu la dimensione del feretro, in cui Erasmo era stato sistemato, in quanto, probabilmente, la statura era limitata a circa un metro, proprio perché le gambe, quelle che erano state la sua arma vincente, a seguito dell’impatto si erano incastrate sotto il bacino.

Una stretta al cuore considerando che la figlia attesa non avrebbe mai conosciuto il padre e non sarebbe mai stata tra le sue braccia.

Il corteo, al temine delle esequie, a piedi percorse tutta Corso Italia e, nonostante la pioggia che era divenuta insistente, si trasferì al “Salinella”, per l’ultimo saluto con la presenza dei tifosi in Curva e parte in gradinata, con una breve omelia dall’allora Arcivescovo Motolese che, con le sue parole cercò di alleviare il dolore presente nei nostri cuori.

L’uscita, del feretro dalla porta 18, lato gradinata, fu accompagnata dal grido “Iaco, Iaco, Iacovone!” e scroscianti applausi per circa dieci minuti, ma la nostra convinzione, in quel preciso momento in cui le lacrime erano frammiste alla pioggia, fu che quel magnifico sogno che stavamo vivendo (la possibilità della promozione in serie A), infranto, non si sarebbe ripetuto più e non potevamo conoscere, quasi in modo disperato, quale potesse essere il destino calcistico senza il nostro mitico bomber.

La domenica successiva, la squadra, orfana di Erasmo, ricordato con un minuto di raccoglimento, giocò una gara a Rimini, con uno stato nervoso, ma rabbioso per non sfigurare e il finale fu la vittoria per 3 a 1 con la mai dimenticata doppietta di Corrado Serato, ovvero di colui che avrebbe dovuto sostituire il bomber di Capracotta e negli spogliatoi, nel post partita, ai microfoni dei cronisti ionici volle dedicare i due goal al compianto, aggiungendo che sicuramente dal cielo Erasmo li avrebbe protetti fino al termine dell’annata.

La squadra si salvò, abbastanza tranquillamente, poi dopo tanti anni, nel rinnovarne il ricordo, oltre all’intitolazione dello stadio, ci fu l’installazione della statua a grandezza d’uomo, all’ingresso della Curva Nord, con una sciarpa rossoblu attorcigliata al collo e meta della tifoseria ionica (che installò un cippo, sulla Taranto San Giorgio, in memoria dell’evento luttuoso) e, alcuni anni fa, la stessa Amministrazione Comunale, in occasione della ricorrenza vicina al quarantennale decise la denominazione toponomastica della strada che costeggia lo Stadio Iacovone, dal lato della tribuna, arteria di collegamento tra le Via Lago Maggiore e Lago di Como.

Erasmo, noi cuori rossoblu, sempre palpitanti, siamo convinti che da lassù ci guidi nei campionati che stiamo disputando e quest’anno cercheranno i ragazzi di Panarelli di onorare il tuo nome, perché tu, in queste circostanze sicuramente non ti saresti risparmiato, avresti dato tutto per questa Città, per questi colori ed, in effetti, per un tragico destino hai donato, sia pure inconsapevolmente, la tua vita, grande esempio di correttezza, serietà, abnegazione, affezione ed amore verso un territorio che ti aveva accolto come un figlio, un fratello maggiore, un gran lavoratore, dedito alla famiglia e all’arte pedatoria che, purtroppo, ha avuto una durata limitata.

Erasmo, eri, sei e sarai sempre nei nostri cuori e l’attuale arduo campionato anche nel ricordo delle tue mitiche gesta che nella stagione 1977 -78, nella prima parte, aveva visto i nostri ragazzi competere per posizioni di vertice e, chissà, se non fossi volato in cielo, probabilmente la nostra storia avrebbe preso una piega diversa e sicuramente la nobile tifoseria dell’epoca avrebbe potuto conoscere i fasti dei palcoscenici d’eccellenza italiani, con la concreta possibilità, già in quegli anni, di essere avvicinati da imprenditori dal portafoglio cospicuo.

Altri tempi, ma fantasticare, pur se non serve a nulla, lascia comunque spazio dalle lacrime di dolore e sconforto al rimpianto su quello che non poté il mito per l’ineffabile destino che spense la vita di ragazzo venticinquenne e futuro padre di una figlia che non ebbe la fortuna di conoscere.

Ciao, bomber, veglia dal cielo, la mitica casacca rossoblu, magari in questa annata che potrebbe essere foriero di soddisfazioni, assenti nella nostra Città bimare, da alcuni decenni.

Fabrizio Di Leo

Tags: Iacovone
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