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Tommasi, “Fermare il calcio è l’atto più utile al Paese in questo momento”

Tommasi, “In Serie D molte squadre sono quasi rassegnate sulla chiusura della stagione”

"Non ha senso tornare in campo per “sperare”. Anzi,c’è il pericolo di altre positività che blocchino tutto"

Tornare a giocare, farlo ogni tre giorni e a estate inoltrata: ecco di cosa discuterà domani l’assemblea urgente della Lega di Serie A. I calciatori sono pronti, ma solo se ne varrà la pena. È questa la posizione dell’Aic per bocca del presidente Damiano Tommasi, che oggi col sindacato mondiale Fifpro affronterà un vertice con l’Uefa sulla ripresa e sul maxi-mercato fino a fine 2020: «Un auspicio di tutti», assicura.

Tommasi, quali sono gli umori in Europa?

«Ci sono situazioni diverse. In Olanda lo stop alle sedute in gruppo durerà fino al 1 giugno. A loro mancano pochi turni, ma si rischia di riprendere troppo tardi compromettendo il 2020/21».

È quello che tutti vogliono evitare, ma l’alternativa è chiuderla qui. Quanto è concreta questa possibilità?

«Noi speriamo che ci siano le condizioni per tornare in campo,ma lunedì abbiamo affrontato perla prima volta questa prospettiva. E abbiamo detto che siamo pronti a fare la nostra parte per salvare il sistema»

Se si riprende a porte chiuse, i danni ci saranno comunque. E servirà un sacrificio sugli stipendi…

«I calciatori sembra che siano l’unico costo… La verità è che lo stop alla stagione certifica una situazione: senza classifica non ci sono i bonus legati al risultato. In caso di ripresa, invece, bisognerà calcolare i danni per i club e le richieste ai calciatori. E se un giocatore ha già un accordo con un’altra squadra dal 1 luglio? Prolunga o cambia maglia? Sono temi da affrontare in fretta».

La Juve ha già raggiunto un accordo, l’Inter è pronta a imitarla. Gli accordi individuali indeboliscono il sindacato?

«Il nostro lavoro,e quello delle Leghe,è cercare una soluzione condivisa. Gli accordi collettivi servono proprio a non creare contenziosi. Se la Juve ha trovato il sostegno della squadra, a noi va più che bene».

Quali sono le condizioni minime per riprendere?

«Innanzitutto deve esserci una prospettiva che oggi manca. Al momento le persone devono limitare i nostri spostamenti, perché dobbiamo far uscire di casa i calciatori? Per una stagione che non si sa se riprenderà? Non ha senso tornare in campo per “sperare”. Anzi,c’è il pericolo di altre positività che blocchino tutto. E bisogna capire gli effetti dell’infezione sull’idoneità sportiva: Pepe Reina ha confessato di essersi sentito mancare l’ossigeno per 25 minuti…».

Avete considerato dei paletti irrinunciabili?

«Tre aspetti: 1) che l’emergenza sia finita, e celo auguriamo tutti. 2) Se si torna a giocare deve essere per portare a termine la stagione anche oltre il 30 giugno, perché mancano ancora tante partite. Scegliere a tavolino promossi e retrocessi è complicato, parliamo di investimenti importanti come per il caso del Benevento. 3) Si deve poter viaggiare in sicurezza, perché non è solo questione di allenarsi ma di muovere 50 persone due volte a settimana – i ritmi saranno quelli – in quella che oggi è zona rossa. E parlo per esperienza personale…».

Sua figlia si trova a Londra, giusto?

«Sì, e il problema non è tanto il viaggio di ritorno, quanto per me andarla a prendere dove arriverà col pullman. È stata lei a mandarmi il modulo giusto da compilare, ma al suo arrivo dovrà andare comunque in quarantena. Quindi gli spostamenti devono essere sicuri, perché più in basso si va con le categorie più cresce il numero di persone in movimento».

Appunto, i professionisti sono un conto e poi c’è il calcio “minore”. Come vive questo momento?

«L’incertezza maggiore riguarda i campionati apicali del dilettantismo: la D, le categorie femminili,il calcio a 5. Qui molte squadre sono quasi rassegnate sulla chiusura della stagione e cerchiamo di capire come recuperare parte delle somme pattuite con i tesserati».

Fonte: Francesco Perugini – Libero 02/04/2020

Tags: Interviste
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