I nuovi progetti industriali legati alla riconversione dell’ex Ilva potranno rappresentare una prospettiva importante per il futuro di Taranto, ma per diventare realtà produttive e generare occupazione potrebbero essere necessari anni. Nel frattempo, però, la crisi è già presente e il territorio non può permettersi di vivere esclusivamente di cassa integrazione e attesa.
È questa la posizione espressa da Confartigianato Taranto dopo il Tavolo interministeriale convocato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy il 5 e 6 agosto, durante il quale si è discusso della cessazione dell’area a caldo e delle conseguenze occupazionali per migliaia di lavoratori del siderurgico e dell’indotto.
A intervenire è Fabio Paolillo, segretario generale di Confartigianato Taranto, che pone una domanda sul futuro immediato del territorio: cosa fare nel periodo che separerà la fase attuale dalla realizzazione dei nuovi investimenti?
Secondo Confartigianato, durante il confronto sono stati illustrati 17 progetti, alcuni dei quali considerati importanti per la trasformazione del sistema produttivo tarantino. Tuttavia, sottolinea l’associazione, non sarebbero stati indicati tempi precisi per la loro realizzazione.
“Tra un progetto e una fabbrica che produce e assume possono trascorrere anni. La crisi, invece, è già qui”, evidenzia Paolillo. Da qui la necessità, secondo Confartigianato, di utilizzare il periodo di transizione per costruire immediatamente nuove opportunità occupazionali e produttive.
“Tutela anche per le imprese dell’indotto”
La cessazione dell’area a caldo, osserva Confartigianato, non avrà conseguenze soltanto sui lavoratori del siderurgico, ma rischia di produrre effetti rilevanti anche sulle aziende che dipendono dalle attività dello stabilimento.
“Dobbiamo tutelare anche quelle imprese e quegli imprenditori”, sottolinea Paolillo, ricordando che dietro ogni azienda ci sono lavoratori e famiglie, ma anche imprenditori che hanno investito e che potrebbero ritrovarsi senza commesse.
Per l’associazione, gli ammortizzatori sociali non possono rappresentare l’unica risposta. Servono anche credito, garanzie, riconversione e nuove commesse.
“Non avrebbe senso tutelare il lavoratore con gli ammortizzatori e lasciare morire l’impresa: salvare il lavoro significa salvare anche chi lo crea”, sostiene il segretario generale.
Il paradosso della formazione
Confartigianato individua poi un altro elemento di criticità: la contemporanea presenza di lavoratori che rischiano di perdere il posto e di imprese artigiane e produttive che da anni segnalano difficoltà nel reperire personale.
“Facciamo incontrare questi due mondi”, è la proposta.
Il tema riguarda in particolare la formazione finanziata attraverso il Just Transition Fund. Confartigianato richiama i recenti percorsi formativi finanziati con oltre 4,4 milioni di euro del JTF Taranto, tra i quali figurano anche due corsi per acconciatori e uno per estetisti.
“Confartigianato rappresenta e conosce bene questi mestieri”, spiega Paolillo, evidenziando però che, secondo l’associazione, non sarebbero questi i settori nei quali le imprese del territorio segnalano le maggiori difficoltà nel reperimento di personale.
Da qui una serie di interrogativi: quali analisi dei fabbisogni occupazionali hanno portato all’individuazione di queste figure professionali? Quante imprese le stanno effettivamente cercando? E quanti lavoratori potrebbero essere assorbiti dal mercato?
“Il metodo appare rovesciato se si forma senza aver prima individuato imprese, posti di lavoro e professionalità richieste”, afferma Confartigianato.
“Prima il lavoro, poi la formazione”
Per l’associazione, la formazione destinata ai lavoratori in cassa integrazione deve avere un obiettivo preciso: accompagnarli verso un nuovo impiego.
“La formazione non può finire per diventare soltanto un’integrazione al reddito durante la cassa integrazione: deve portare concretamente il lavoratore verso un nuovo lavoro”, sostiene Paolillo.
La proposta è quindi quella di partire dai fabbisogni reali delle imprese, individuando prima le professionalità richieste e costruendo successivamente percorsi formativi mirati.
“La vera riqualificazione si fa anche sul campo, nel laboratorio e nel capannone dell’impresa che deve assumere”, aggiunge.
Un piano straordinario per ricollocare i lavoratori
Da questa impostazione nasce la proposta di Confartigianato Taranto di realizzare un Piano straordinario di assorbimento e riqualificazione degli esuberi nella piccola impresa e nell’artigianato.
Il primo passo, secondo l’associazione, dovrebbe essere un censimento dei fabbisogni delle imprese, accompagnato dalla profilazione dei lavoratori coinvolti nella crisi siderurgica: competenze, esperienze e professionalità.
L’obiettivo sarebbe incrociare domanda e offerta per individuare quanti lavoratori potrebbero essere assunti immediatamente e quanti, invece, potrebbero essere inseriti dopo un percorso di riqualificazione.
Confartigianato propone inoltre un meccanismo pluriennale, condiviso con Governo e parti sociali, che utilizzi risorse oggi destinate ad ammortizzatori sociali, contribuzione e riqualificazione per sostenere le imprese disponibili ad assumere stabilmente i lavoratori.
“Trasformiamo il costo di un posto perso nell’investimento necessario a costruire un nuovo posto di lavoro”, è la proposta.
In questo modo, secondo Paolillo, il lavoratore potrebbe passare dalla cassa integrazione a uno stipendio, acquisendo nuove competenze direttamente sul campo, mentre l’impresa avrebbe a disposizione nuove professionalità per crescere.
“Non solo grandi insediamenti industriali”
Confartigianato chiede infine un cambio di prospettiva nelle politiche di sviluppo del territorio.
Secondo l’associazione, il dibattito sulla riconversione continua a concentrarsi prevalentemente sui grandi insediamenti industriali, lasciando in secondo piano artigianato, piccola impresa produttiva e autoimprenditorialità.
A Taranto, sottolinea Paolillo, ci sono poco più di 1.700 imprese artigiane nel capoluogo, a fronte delle circa 7.800 presenti complessivamente nella provincia, su una popolazione di circa 180 mila abitanti.
“Taranto ha continuato a pensarsi attraverso la grande fabbrica”, osserva il segretario generale, secondo il quale imparare un mestiere, diventare artigiano e trasformare una competenza in impresa sono stati troppo spesso considerati percorsi secondari.
Per Confartigianato, invece, la diversificazione economica deve partire anche da qui.
“Grande e piccola impresa devono produrre lavoro”
L’associazione non mette in discussione la necessità di proseguire sul fronte industriale e siderurgico.
“Non significa rinunciare all’acciaio né all’industria”, chiarisce Paolillo, auspicando che si proceda rapidamente con il forno elettrico e che i 17 progetti annunciati possano trasformarsi in investimenti concreti.
Ma, parallelamente, Taranto avrebbe bisogno di un grande piano dedicato agli insediamenti artigianali e alla piccola impresa produttiva, a partire dal capoluogo.
L’idea è quella di creare aree moderne, attrezzate e accessibili, nelle quali sia più semplice insediarsi, investire, produrre e assumere, collegando agevolazioni, spazi, credito e garanzie alla creazione di occupazione stabile.
A questo dovrebbe aggiungersi, secondo Confartigianato, un piano per l’autoimprenditorialità capace di trasformare competenze e capacità in nuove imprese e sostenere la crescita di quelle già esistenti.
“Non dobbiamo scegliere tra grande e piccola impresa. Dobbiamo costruire un sistema nel quale entrambe producano lavoro”, conclude Paolillo.
E la sfida, per Confartigianato Taranto, è iniziare subito: “Mentre aspettiamo le fabbriche di domani, cominciamo a costruire lavoro con le imprese che abbiamo oggi e con quelle che possiamo far nascere da subito”.














