di Matteo Di Castri
Due ore e mezza di sogno, lotta e fatica scorrono come un film in bianco e nero. L’Nazionale italiana di calcio affronta la Bosnia nella finale playoff per i Mondiali 2026: il vantaggio immediato firmato da Moise Kean accende l’entusiasmo, ma l’espulsione di Alessandro Bastoni cambia l’inerzia della gara.
Ridotti in dieci uomini, gli Azzurri resistono fino al 70’, quando arriva il pareggio bosniaco, tra polemiche per un tocco di mano non rilevato. Gennaro Gattuso prova a cambiare la partita con le sostituzioni, inserendo forze fresche, ma i tempi supplementari consumano le ultime energie. Ai rigori, la Bosnia è perfetta, mentre l’Italia crolla, trasformando un solo penalty.
Ma questa non è solo una partita persa. È il simbolo di un sistema che perde da anni.
Un declino che parte da lontano
La crisi del calcio italiano non nasce oggi. Le sue radici affondano almeno dal 2010, quando ai Mondiali in Sudafrica l’Italia esce prematuramente, segnando l’inizio di una lunga fase di smarrimento.
In quel contesto, la FIGC prova a reagire affidando a Roberto Baggio la guida del Settore Tecnico. Il “Divin Codino” presenta un progetto ambizioso: 900 pagine di riforme, tra formazione, scouting e sviluppo dei giovani. Una rivoluzione mai realizzata. Nel 2013 Baggio si dimette, lasciando dietro di sé un’occasione mancata.
Settori giovanili: il cuore dimenticato
Un tempo fiore all’occhiello del sistema italiano, oggi i vivai sono sempre più marginali. I giovani faticano a emergere, spesso sacrificati per scelte immediate e poco lungimiranti. Il passaggio dalla Primavera alla prima squadra è frammentato, tardivo, spesso inesistente.
Talenti potenziali come Claudio Marchisio o Francesco Totti rischierebbero oggi di restare invisibili in un sistema che privilegia la fisicità e l’immediatezza rispetto alla tecnica e alla crescita.
Il dato più evidente riguarda la Serie A: il 67,5% dei giocatori è straniero. Una percentuale record tra i principali campionati europei. Al contrario, nelle categorie inferiori – Serie B, C e D – la presenza di italiani resta predominante, segno di un sistema che cresce alla base ma si perde ai vertici.
Regole inutili e crescita mancata
Le norme sugli under, introdotte nei campionati minori, spesso si trasformano in semplici obblighi burocratici. I giovani vengono schierati per ottenere incentivi economici, non per un reale progetto di crescita. Il risultato è un talento che resta incompiuto.
A questo si aggiungono infrastrutture carenti, formazione tecnica disomogenea e una visione generale assente. In Paesi come Germania, Francia e Olanda, i vivai sono centri d’eccellenza. In Italia, troppo spesso, restano incompiuti.
Campionati in difficoltà
La Serie C vive una crisi strutturale: troppe squadre, difficoltà economiche, stipendi non pagati e classifiche condizionate da penalizzazioni. Senza investitori solidi, molte società rischiano la scomparsa.
La Serie D, invece, appare eccessivamente frammentata: nove gironi, 162 squadre, un sistema dispersivo che rende difficile valorizzare i talenti.
Le responsabilità del sistema
Secondo il presidente della FIGC, Gabriele Gravina, alcune riforme sarebbero applicabili solo al calcio dilettantistico. Ma è proprio nei livelli più alti che il cambiamento manca.
Serie A sempre più straniera, vivai sottoutilizzati, regole piegate a logiche economiche: il sistema resta immobile mentre il calcio mondiale evolve.
Le possibili soluzioni
Le idee non mancano:
- maggiore valorizzazione dei giovani italiani
- limiti progressivi agli stranieri o quote minime di italiani in campo
- investimenti obbligatori nei settori giovanili
- riforma dei campionati con meno squadre e maggiore sostenibilità
- incentivi concreti, non solo formali, per chi sviluppa talenti
Un modello più vicino a quello inglese, con strutture solide e meritocrazia, potrebbe rappresentare una strada.
Un futuro ancora possibile
Oggi l’Italia è fuori dall’élite del calcio mondiale. Non produce più fuoriclasse come un tempo, i club faticano in Europa e la Nazionale paga il conto di anni di immobilismo.
Eppure, la rinascita è ancora possibile. Ma richiede coraggio, visione e soprattutto la volontà di cambiare.
Perché ogni Mondiale mancato, ogni giovane talento che resta invisibile, ogni sconfitta come quella contro la Bosnia non è solo il risultato di una partita. È il riflesso di un sistema che, finché non si reinventerà, continuerà a perdere.













