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Serie A sempre più straniera: il 67,5% dei calciatori non è italiano. Superata anche la Premier League

La Bosman, il Decreto Crescita e i club-aziende: ecco perché il campionato italiano ha perso la sua identità tricolore

La Serie A si conferma tra i campionati più internazionali d’Europa. Secondo quanto riportato da SportEconomy.it, ben 384 dei 569 calciatori tesserati nella massima serie italiana provengono dall’estero: si tratta del 67,5% del totale, una percentuale che supera — seppur di poco — quella della Premier League inglese, ferma al 67,4% (366 stranieri). Seguono la Ligue 1 francese (61,8%), la Bundesliga tedesca (54%) e, a sorpresa, una sempre più autoctona LaLiga spagnola, dove solo il 41,2% dei calciatori è straniero.

A fornire i dati è Transfermarkt, che aggiunge come i giocatori esteri in Serie A provengano da ben 72 nazioni diverse. La comunità straniera più numerosa è quella francese, con 38 presenze (pari al 9,9% del totale).

Ma le cifre vanno oltre i semplici tesseramenti. Come riportato da Franco Vanni su La Repubblica, nel girone d’andata del campionato in corso gli stranieri hanno giocato il 66,9% dei minuti totali, in netto aumento rispetto alla scorsa stagione. Un capovolgimento radicale rispetto al 2005/2006, quando gli italiani giocavano 7 minuti su 10.

A determinare questa evoluzione — o, per alcuni, involuzione — non è un solo fattore. Decisiva fu la sentenza Bosman del 1995, che sancì l’illegittimità delle restrizioni ai trasferimenti tra calciatori comunitari e impedì l’imposizione di limiti al numero di stranieri (salvo quelli extracomunitari). Da allora, la globalizzazione del calcio ha preso il largo.

A ciò si sono aggiunte misure come lo ius soli sportivo, introdotto nel 2016, che consente ai giovani stranieri residenti stabilmente in Italia di essere tesserati come italiani, e il Decreto Crescita, che fino al 2024 ha garantito agevolazioni fiscali ai club che ingaggiavano lavoratori — quindi anche calciatori — trasferitisi in Italia. Una norma che potrebbe presto essere sostituita, secondo quanto dichiarato dal presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli.

I club italiani, trasformatisi in vere e proprie aziende, preferiscono spesso investire in talenti stranieri dai costi contenuti, individuati attraverso network globali di scouting. Una dinamica che, tuttavia, non è esclusiva della Serie A: anche in Bundesliga, ad esempio, i francesi sono la comunità straniera più rappresentata, così come occupano i vertici nelle altre leghe top europee, dimostrando la capacità della scuola calcistica transalpina di formare e vendere talento.

La Francia, però, insegna anche un’altra lezione: la Nazionale, campione del mondo nel 2018 e finalista nel 2022, è diventata grande senza la necessità di monopolizzare il campionato interno con i suoi giocatori. Per questo, attribuire le recenti difficoltà della Nazionale italiana solo alla scarsa presenza di azzurri in Serie A è una semplificazione.

Il problema, semmai, risiede a monte: nella formazione, nella programmazione e nella capacità di valorizzare ciò che si ha, prima di guardare altrove. Perché nel calcio moderno, più che protezionismo, servono idee chiare.

Tags: sporteconomy
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