di Maurizio Mazzarella
Con profonda tristezza, rammarico e un senso di amaro rimpianto, il 29 maggio di ogni anno torna a pesare come un macigno nei cuori di chi ama il calcio. È il giorno in cui si ricorda una delle pagine più buie della storia sportiva europea: la strage dell’Heysel.
Era il 1985. La finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, due giganti del calcio mondiale, avrebbe dovuto essere una festa. Uno di quegli eventi capaci di unire popoli, di emozionare milioni di persone. Invece, quello che accadde allo stadio Heysel di Bruxelles fu una tragedia immane che lasciò 39 morti – per la maggior parte italiani – e centinaia di feriti. Una follia che si consumò sotto gli occhi del mondo, in diretta televisiva, trasformando un sogno sportivo in un incubo senza risveglio.
Il crollo del settore Z, causato dall’assalto di una frangia violenta dei tifosi del Liverpool e dall’inadeguatezza delle misure di sicurezza, è diventato il simbolo dell’orrore e dell’assurdità della violenza negli stadi. Quelle vittime, stritolate dalla calca, schiacciate contro un muro che non resse, non erano hooligans o facinorosi: erano semplici appassionati, famiglie, giovani tifosi partiti con il cuore gonfio di speranza.
A quarant’anni di distanza, l’Heysel resta una ferita aperta. Non solo per i familiari delle vittime, che ogni anno rinnovano il loro dolore, ma anche per chi crede nel valore umano e culturale dello sport. Il calcio non può dimenticare. Non può permettere che la memoria venga sepolta sotto la polvere del tempo o sostituita dalla cronaca sportiva di oggi.
Quel trofeo alzato dalla Juventus, pur legittimo, fu circondato dal silenzio e dallo sgomento. Fu una vittoria senza festa, un successo avvelenato che nessun bianconero ha mai potuto realmente celebrare. E da parte dei tifosi del Liverpool, negli anni, non sono mancati gesti di riconciliazione, ma la macchia resta indelebile.
Ricordare l’Heysel non significa solo piangere i morti. Significa educare, vigilare, responsabilizzare. Significa dire no alla violenza, alla superficialità organizzativa, al tifo che si trasforma in odio. Significa affermare con forza che lo sport deve unire e mai, mai dividere.
Oggi, il pensiero va alle vittime, ai loro cari, a chi portava una sciarpa al collo e un sogno nel cuore. Che il loro sacrificio non sia stato vano. Che il ricordo dell’Heysel continui a pesare sulle coscienze, come monito e come impegno.
Per non dimenticare. Mai.













