di Luca Pietranelli
C’è una parola che attraversa tutto il Piano Strategico Industriale della S.S. Taranto Calcio: visione.
Il documento presentato al Palafiom dalla società, con il presidente Vito Ladisa in prima linea, non è un semplice elenco di buone intenzioni, ma il tentativo di raccontare cosa il Taranto vuole diventare: una società moderna, sostenibile, radicata nel territorio e capace di andare oltre il solo risultato sportivo.
Dal punto di vista comunicativo, il piano convince. Trasmette ordine, ambizione e progettualità. Governance, marketing territoriale, stadio multifunzionale, sostenibilità ambientale e fan engagement disegnano un Taranto inteso come ecosistema sportivo e culturale, più che come semplice squadra di calcio. Il linguaggio è moderno, quasi da club europeo, e segna la volontà di una netta discontinuità rispetto a quanto visto in riva allo Ionio negli ultimi decenni.
Sul piano sportivo, la linea è condivisibile, e vede al centro di tutto la nascita di un settore giovanile finalmente strutturato. L’obiettivo dichiarato – Serie C in tre o quattro stagioni – è sulla carta alla portata per una piazza come Taranto.
Ma è il nuovo “Erasmo Iacovone” il vero fulcro del progetto. Non solo uno stadio, bensì una casa aperta alla città: museo, store, bar, eventi, turismo sportivo, servizi quotidiani. Un’idea affascinante e potenzialmente decisiva per la sostenibilità futura del club.
Sul presente, però, Ladisa non fa sconti. Il presidente non difende a prescindere l’attuale squadra, parlando apertamente di “amnesia motivazionale”, di mancanza di responsabilità, disponibilità e amor proprio. Parole dure, rivolte a un gruppo che – a suo dire – possiede qualità tecniche superiori alla categoria, ma che fatica a tradurre in continuità.
Un’assunzione di responsabilità c’è stata anche da parte della società: forse troppo tempo dedicato alla costruzione del futuro e non abbastanza alla gestione dell’immediato. Ma il concetto ribadito resta chiaro: la promozione è ancora possibile, attraverso campionato, playoff o Coppa Italia.
Il piano industriale punta molto sul legame con la città, ma è lo stesso Ladisa a riconoscere che Taranto è un territorio complesso. Fragile economicamente, provato socialmente, con un tessuto imprenditoriale che fatica a sostenere grandi investimenti sportivi. Questo rende il progetto nobile, ma anche più rischioso. Senza una crescita sportiva rapida, il peso della sostenibilità ricade interamente sulla proprietà.
Non a caso si è parlato di investimenti complessivi intorno ai 16 milioni di euro per quel che concerne il centro sportivo che sorgerà alle spalle del nuovo impianto cittadino, finanziato con risorse interamente private.
Se il piano industriale racconta il Taranto che verrà, la realtà impone un confronto inevitabile con ciò che oggi è il Taranto. La società opera in un contesto fragile, lontano dal professionismo evocato nella pianificazione. Le categorie dilettantistiche non sono solo un problema di prestigio, ma anche di limitazione strutturale delle entrate: botteghini ridotti o in alcuni casi nulli, diritti televisivi marginali, visibilità ridotta per gli sponsor, appeal mediatico minimo.
A questo si aggiunge il tema, sollevato direttamente dal presidente, dei vincoli regolamentari legati ai diritti televisivi, che limitano la piena libertà di commercializzazione degli spazi pubblicitari. Led bordocampo non gestibili in autonomia, soprattutto in campionati soggetti a rigide normative contrattuali, come l’Eccellenza pugliese. Un paradosso, secondo Ladisa: si chiede ai club di essere autosufficienti, ma al contempo si restringono gli strumenti per generare ricavi.
Il rischio, dunque, è che il Taranto resti schiacciato tra due forze opposte: da un lato una visione industriale moderna, dall’altro un ambiente che non favorisce realmente la crescita delle società. Senza l’appoggio concreto delle istituzioni, della città e del sistema calcio nel suo complesso, la sostenibilità rischia di poggiare esclusivamente sull’investimento diretto della proprietà.
Ed è qui che il piano Ladisa dovrà affrontare la sua prova più difficile: resistere nel tempo. Perché se è vero che la progettualità può compensare le difficoltà iniziali, è altrettanto vero che senza un miglioramento del contesto sportivo e strutturale la distanza tra visione e realtà rischia di rimanere tale.














